Come ridurre l’uso e l’acquisto di plastica: le alternative all’usa e getta esistono già.

Lunedì 22 aprile sarà il Giorno della Terra. Dopo avervi spiegato perché la plastica è così dannosa per l’ambiente e le forme di vita, ho chiesto a Greta Golia, Green tutor e fondatrice e community manager di Contiamoci.com – Buone pratiche che contano, cosa possiamo fare noi per ridurre l’uso della plastica. Le alternative ci sono, come potete leggere nell’articolo che ha scritto per questo blog.

Nel 2018 il dizionario inglese Collins ha scelto come parola dell’anno single-use (monouso in italiano) inserendola tra le sue voci con la seguente dicitura: “Fatto per essere usato una sola volta”.

Dal 2013 a oggi la frequenza con cui il termine è usato è quadruplicata, questo la dice lunga!

In Italia il monouso viene più comunemente chiamato usa e getta. L’usa e getta può essere di carta, di vetro, di alluminio, di plastica o un mix di questi o altri materiali. Negli ultimi trent’anni la plastica è ovunque, così tanto che quasi non ci facciamo più caso. Bisogna allenare l’occhio e fare qualche esercizio, come dall’oculista, per misurare la nostra capacità di lettura e riconoscimento. Non abbiamo bisogno di occhi nuovi: bastano pochi strumenti per riconoscere quello che ci sta intorno, non darla per scontato, misurare quanto è presente la plastica nella nostra vita, nell’abbigliamento, al supermercato.

La plastica non è diventata onnipresente perché era il migliore dei materiali, ma perché è leggera e economica a tal punto che puoi buttarla via. La plastica ha reso possibile la cultura del consumo usa e getta: metterla in discussione significa mettere in discussione il consumismo stesso. Siamo assuefatti alla plastica così tanto che quasi non la vediamo più.

Anche le Nazioni Unite hanno dichiarato guerra alla plastica usa e getta. E il Parlamento europeo ha approvato norme specifiche che vietano dal 2021 la produzione e il commercio di posate e piatti di plastica, cannucce, bastoncini cotonati (in Italia già vietati da quest’anno), sacchetti di plastica oxo-degradabili e contenitori (tazze, vaschette con relative chiusure) per alimenti in polistirolo espanso. Questa direttiva contiene anche una serie di obiettivi di riduzione a lungo termine.

Molte associazioni ambientaliste sostengono che è stato fatto un buon lavoro ma che poteva essere fatto molto meglio. Si richiede la riduzione di alcuni oggetti ma non l’eliminazione e inoltre viene rimandato agli stati membri dell’Europa come seguire i suggerimenti e come applicare le sanzioni. Insomma è un buona partenza, ma prima del 2021 possiamo metterci d’impegno e ridurre o eliminare l’usa e getta e fare davvero la differenza.

Bisognerà cambiare strada, fare scelte pratiche per ridurre il consumo e l’uso di plastica e cambiare abitudini. Modificare i nostri comportamenti e fare delle scelte alternative per non usarla.

Dodici soluzioni alternative all’uso della plastica e degli usa e getta, da mettere subito in pratica.

  1. Rifiutare. La prima delle 5 R. E’ un’azione importantissima perché se non accettiamo non accumuliamo oggetti, gadget e cose di cui non abbiamo bisogno e che butteremmo subito dopo. In un bar ad esempio rifiuta la cannuccia o il bicchiere e la bottiglia di plastica. Ad un evento non accettare l’ennesimo portachiavi o shopper di stoffa (quelle che hai già sono sufficienti).
  2. Spazzolino di bambù. Lo spazzolino in plastica è fatto di plastiche miste e a fine vita non può essere riciclato. È uno dei rifiuti più antipatici che produciamo. È un oggetto piccolo trovato spessissimo sulle spiagge o fra i rifiuti in mare. Ahimè anche nello stomaco di tanti mammiferi marini. Da un po’ di anni anni esiste in commercio lo spazzolino di bambù 90% biodegradabile e compostabile. Le setole in Nylon vanno nell’indifferenziato. Allo stesso prezzo dello spazzolino in plastica la tua scelta può fare davvero la differenza.
  3. La spugna per i piatti è di plastica fatta con derivati del petrolio. Esistono diverse alternative alla classica mattonellina gialla e verde: dalle spazzole per piatti con manico in legno, alla spugna luffa 100% biodegradabile e compostabile. E’ una spugna vegetale della famiglia delle zucche, la puoi coltivare in giardino o comprarla nei negozi biologici, erboristerie oppure online. Dura dai 5 ai 7 mesi e puoi lavarla anche in lavatrice fino a 60°. Asciuga in fretta e non puzza. A fine vita la butti nell’organico.
  4. Compra frutta e verdura sfusa, preferisci il mercato al supermercato. Rifiuta l’imballaggio e riponi i tuoi acquisti in sacchetti di stoffa o retine che ti sei portato da casa.
  5. Scegli prodotti contenuti in alluminio o in vetro. Il latte ad esempio, lo yogurt, l’olio. La raccolta differenziata non è la soluzione, bisogna ridurre la quantità di rifiuti che produciamo. Per riciclare c’è bisogno di tanta energia per raccogliere, separare, trasportare. Energia, acqua e altre materie prime.
  6. Al bar o al ristorante chiedi un bicchiere d’acqua invece che una bottiglia. E se porti con te una borraccia ancora meglio. L’acqua del sindaco è più controllata dell’acqua in bottiglia.
  7. Fai la spesa alla spina: sono aumentati a dismisura i negozi che vendono legumi, cereali, pasta e detersivi sfusi. Porti il tuo contenitore, scegli gli ingredienti e riempi. Risparmi un imballaggio e inquini sempre meno.
  8. Invece dei tovaglioli di carta a tavola usa i tovaglioli di stoffa, con dei bellissimi portatovaglioli da fare con i bimbi. Lavi tutto assieme alla tovaglia al primo giro di lavatrice.
  9. Evviva la moka! Non regalare macchine del caffè con le cialde. L’invenzione di questo nuovo bisogno produce una quantità spropositata di rifiuti: capsule e macchinario che dopo pochi anni diventa obsoleto. Resta affezionato alla tua moka in acciaio indistruttibile.
  10. Puoi fare a meno della pellicola trasparente in cucina: evita di comprarla, non hai idea di quante soluzioni creative ci sono. Old style come faceva la nonna copri con un piatto. Oppure usa i contenitori in vetro o plastica che già hai, barattoli di conserve o marmellate. E quando fai un picnic incarta con un tovagliolo e poi vedi sopra: tutto in lavatrice! Per i panini io uso le confezioni della pasta o dei biscotti che conservo con maniacalità.
  11. Il rasoio in plastica (dopo lo spazzolino) è uno dei monouso più insidiosi e pensare che i nostri nonni usavano il rasoio di sicurezza, che è tornato in commercio. Dura talmente tanto che potremmo donarlo ai nostri nipoti. Con una spesa contenuta di circa 25€ hai un oggetto che usi in eterno
  12. Salviette bagnate e dischetti struccanti usa e getta. Ne abbiamo davvero bisogno? Un panno in microfibra o un asciugamano fanno già al caso tuo. Puoi seguire questo semplice tutorial

I piccoli gesti che possiamo fare per cambiare le nostre abitudini sono davvero tanti e online si trovano soluzioni a portata di mano come questa: lo starter kit di Contiamoci.com: una selezione di prodotti ecosostenibili. Nella confezione trovi uno spazzolino da denti in bambù, una spugna luffa e 200 grammi di acido citrico, con le ricette per fare in casa 9 diversi detergenti.

Siamo esseri abitudinari e proprio per questo è dura cambiare le proprie abitudini: adotta anche solo uno dei suggerimenti qui sopra, fai la tua parte e quando un’abitudine si è consolidata che quasi non ci fai quasi più caso, è tempo di adottarne un’altra.

Greta Golia
Green tutor, aiuta le le persone ad adottare buone abitudini green in casa, in ufficio, in viaggio.
Fondatrice e community manager di Contiamoci.com – Buone pratiche che contano

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Plastica in mare

Complice anche la siccità di questi giorni, è ormai evidente a tutti il problema dell’enorme quantità di plastica che soffoca i nostri mari. Dalle alici alle balene, dalle tartarughe agli uccelli marini, fino al capodoglio trovato spiaggiato pochi giorni fa con il corpo pieno di plastica.

Secondo alcune ricerche, sono almeno 135 le specie marine mediterranee che ingeriscono oggetti di plastica o vi finiscono intrappolati, con risultati spesso fatali: alcuni animali muoiono soffocati, altri per blocco gastrointestinale, altri ancora non riescono più ad assorbire il nutrimento dal cibo. Ma i rifiuti costituiscono anche un problema economico: si calcola che ogni anno in Europa si spendano 630 milioni di euro per la pulizia delle coste.

La produzione mondiale di resine e fibre plastiche è cresciuta dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 380 del 2015. La plastica è uno dei simboli industriali dell’epoca geologica in cui viviamo oggi, insieme a cemento ed acciaio, ma mentre quest’ultimo è usato per le costruzioni e dura decenni, pare che metà della plastica prodotta diventi un rifiuto in meno di un anno. Il problema quindi non è solo il fatto che produciamo tanta plastica, ma che continuiamo a produrne altra, anno dopo anno. La plastica, che è stata il simbolo del boom economico degli anni ’60 e della chimica che aiuta lo sviluppo, oggi si è trasformata in un danno.

Da dove arriva tutta questa plastica?

Discariche abusive e mancanza di depuratori sono i principali responsabili dell’accumulo di rifiuti e quindi di plastica in mare. Nel Mediterraneo poi, una fonte importante di rifiuti sono le attività ricreative, turistiche e la pesca professionale.
La sensibilità in generale è cambiata e ormai pochi getterebbero consapevolmente un sacchetto di rifiuti in spiaggia o in mare. A volte però inquiniamo senza rendercene conto: con un mozzicone di sigaretta gettato senza pensare, lanciando in aria palloncini durante le feste, o usando alcuni prodotti di bellezza che contengono microplastiche. Questi rifiuti in gran parte entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto è prodotto direttamente dalle navi che solcano i mari, soprattutto pescherecci, ma anche navi mercantili ed imbarcazioni turistiche.

Il problema plastica

Le caratteristiche della plastica la rendono problematica per l’ambiente. La plastica deriva per il 90% da combustibili fossili: il 4-6% del petrolio e del gas usati in Europa sono destinati alla produzione di plastica. La plastica è il prodotto sintetico a più lunga conservazione, si degrada completamente solo in centinaia di anni. È logico quindi che, se non bruciata o riciclata correttamente, finisce nell’ambiente favorendo l’alterazione degli ecosistemi più delicati.

Inoltre, dobbiamo distinguere le macroplastiche dalle microplastiche. La loro differenza sta nelle dimensioni: le microplastiche hanno un diametro inferiore ai cinque millimetri. Le microplastiche sono ritenute più dannose per gli oceani perché più facilmente diffondibili e trasportabili, ma anche perché sono più facilmente ingeribili dagli organismi marini, a partire dal plancton e poi da tutti gli anelli della catena alimentare.
Una ricerca eseguita in collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud, ha esaminato campioni di sale marino, di miniera e di lago, di diverse marche, provenienti da svariati paesi e ne ha analizzato il contenuto. Dall’indagine è risultato che circa il 90% dei campioni totali erano contaminati da microplastica costituita da polietilene, polipropilene e polietilene tereftalato (PET), che sono le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta.

I paradossi della plastica

Un paradosso è che anche se la raccolta differenziata è notevolmente aumentata, non ci sono impianti di riciclaggio sufficienti per lavorare e recuperare tutta la plastica, che quindi si accumula in discariche e siti di stoccaggio, costituendo comunque una fonte di inquinamento.
La lavorazione di plastiche diverse richiede impianti e temperature di lavorazione differenti, che non sempre sono fattibili. Inoltre, spesso non è possibile separare i vari tipi di plastica per inviarli a trattamenti di riciclaggio efficienti e utili.
Il processo industriale del riciclaggio e riuso delle plastiche richiede, da una parte, innovazione nelle tecnologie, per migliorare la qualità dei materiali, e dall’altra misure incentivanti nel mercato, per rendere sostenibili economicamente i prodotti riciclati rispetto a quelli derivanti dall’impiego di plastica vergine.
Purtroppo, in questi anni di crescente domanda, solo il 20% della plastica prodotta è stato riciclato o incenerito. Come conseguenza dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari di tutto il mondo ogni anno.

L’altro paradosso è che la plastica si degrada con grande difficoltà, impiegando centinaia di anni per scomparire completamente. Pur essendo resistente, viene però modificata dall’azione dell’acqua e degli agenti atmosferici, che la frammentano, con le conseguenze che abbiamo visto sopra, o la trasformano in sostanze altrettanto pericolose per l’ambiente e per gli organismi viventi.

Cosa possiamo fare allora?

Il problema non è la plastica in sé, ma il fatto che è un materiale destinato a durare centinaia di migliaia di anni e che noi usiamo come usa e getta.

C’è un solo futuro per la plastica: il passaggio da un’economia lineare (come quella attuale, cioè “produco, uso e getto”) a un’economia circolare (“produco, uso e riuso, riciclo, riuso, riduco”).

Inoltre, per favorire la lavorazione e il riuso delle plastiche dobbiamo semplificare la varietà di plastiche disponibili sul mercato, altrimenti il riciclaggio finirà sempre per produrre materiale plastico di bassa qualità che potrà essere usato per poche applicazioni, ad esempio le panchine nei parchi. Infine, le attuali funzioni usa e getta della plastica sono completamente sostituibili da altri materiali, occorre solo cambiare alcune abitudini.

Cosa fa l’Europa

L’Unione Europea ha iniziato una vera e propria guerra, soprattutto agli oggetti monouso superflui fatti di plastica: dal 2021 saranno vietati posate e piatti, cannucce, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso, cotton fioc. In Italia i cotton fioc non biodegradabili e compostabili sono già banditi dal primo gennaio 2019.  

Cosa puoi fare tu

Ora che siamo più consapevoli del problema della plastica, cosa possiamo fare per ridurre il consumo di plastica e, si spera, il volume di inquinanti immesso nei nostri mari? Per rispondervi ho chiesto a Greta Golia, green tutor e community manager di Contiamoci.com – Buone pratiche che contano. Il 19 aprile troverete un suo articolo che ci insegna ben 12 alternative alla plastica e soprattutto alla cultura dell’usa e getta.

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