Cibo in scatola e cancro

Da alcuni anni faccio volontariato in un’associazione che distribuisce cibo alle persone bisognose. Parlando con alcune persone provenienti dal Nord Africa e Medio Oriente, ho notato che sono molto diffidenti verso il cibo in scatola, soprattutto la passata di pomodoro in scatola. Una signora mi ha addirittura detto che ha molta paura perché a causa del cibo in scatola il marito è morto per un cancro. Mi sono pertanto incuriosita e ho cercato informazioni su questa eventuale correlazione tra cibo in scatola e cancro.

Ho trovato ben due sostanze che possono essere la fonte di malattie, in tempi e zone diverse: il piombo e il bisfenolo A.

Piombo

Il piombo nelle lattine per alimenti è presente nelle loro saldature. Soprattutto se entra a contatto con sostanze acide, come ad esempio il pomodoro, il piombo può essere rilasciato (può migrare) dalla lattina nel cibo, contaminandolo. In pratica il cibo acido corrode il metallo della lattina, rilasciando piombo e altri metalli.

Il piombo è molto pericoloso per l’organismo umano: infatti tende ad accumularsi principalmente nelle ossa (sostituendo il calcio), nel fegato, nel cuore e nel sistema nervoso. Solo il 20% circa del piombo con cui entriamo a contatto attraverso la respirazione o per ingestione viene accumulato nel corpo, tuttavia provoca effetti molto dannosi.
Nelle ossa e nei denti sostituisce il calcio, imitandone il comportamento e provocando la disgregazione del tessuto osseo. Inoltre, si stabilisce in modo duraturo all’interno delle ossa e può venire rilasciato nel sangue, andando ad avvelenare gli organi e i tessuti.
Nel sangue si lega all’emoglobina e causa anemia. Interferisce con le funzioni effettuate dai minerali essenziali come il calcio, il rame e lo zinco.
Il piombo infine è una il piombo è una neurotossina che altera le funzioni dei nervi e del nostro cervello. Può inoltre attraversare sia la barriera ematoencefalica sia la placenta, e risulta pertanto estremamente pericoloso per il feto.

Piombo e avvelenamento

Il piombo può pertanto causare avvelenamento (il saturnismo) e in alcuni casi anche il cancro, in particolare al sistema nervoso centrale, al cervello e all’apparato gastrointestinale.

Nel 1992, nella zona artica del Canada sono stati trovati i resti di una spedizione realizzata negli anni 1840 da sir John Franklin. L’esame dei manufatti e soprattutto delle ossa umane ritrovate ha confermato che l’equipaggio era morto per avvelenamento da piombo, con molta probabilità derivante dal cibo in scatola che gli uomini avevano consumato.

Soprattutto nei Paesi africani e asiatici, l’uso del piombo nelle lattine per conservare gli alimenti è ancora diffuso e ho quindi capito il timore che hanno le persone provenienti da queste zone verso gli alimenti in scatola, in particolare i pomodori.

Fortunatamente l’Unione Europea ha una normativa molto rigorosa sulle caratteristiche che devono avere i materiali a contatto con gli alimenti (i cosiddetti MOCA) e in ogni caso non utilizza più il piombo a diretto contatto con i cibi.

Le lattine per alimenti che siamo abituati a usare sono rivestite al loro interno da resine, tra cui il bisfenolo A, usato per produrre un materiale trasparente e resistente.

Bisfenolo A

Il bisfenolo A (BPA) è usato nella produzione di una plastica utilizzata, tra le altre cose, per contenitori e bottiglie a contatto con gli alimenti. Il bisfenolo A è usato anche nella produzione di resine per strati interni protettivi di contenitori per alimenti e bevande (lattine e scatolame), coperchi metallici per vasetti e bottiglie di vetro.

Piccole quantità di bisfenolo A possono essere rilasciate durante l’uso dal contenitore ai cibi o bevande in esso contenuti. L’effetto critico finora considerato per stabilire la dose giornaliera accettabile della sostanza è legato a effetti su fegato e reni.
A dosi superiori a quella giornaliera accettabile, il bisfenolo A ha anche effetti sulla tossicità riproduttiva. Infatti, è considerato un interferente endocrino, vale a dire una sostanza in grado di alterare l’equilibrio endocrino, soprattutto nella fase dello sviluppo all’interno dell’utero e nella prima infanzia. Gli studi sperimentali, indicano che il BPA ha effetti estrogenici, cioè è in grado di imitare l’azione degli estrogeni, che hanno una vasta influenza sulla funzione riproduttiva, ma anche su altre funzioni dell’organismo. Il BPA, pertanto, può alterare lo sviluppo dei sistemi riproduttivo, nervoso ed immunitario.

Per questi motivi, per proteggere la salute di neonati e bambini, già dal 2011 l’Unione Europea ha vietato l’uso del bisfenolo A in contenitori come biberon e stoviglie per bambini, dal momento che gli effetti più dannosi sono a carico dei più giovani.

Nel 2018, la Food and Drug Admistration, autorità che negli Stati Uniti si occupa di sicurezza alimentare, ha diffuso i risultati preliminari di uno studio durato cinque anni sul Bisfenolo A, lo studio Clarity-BPA. Secondo lo studio, il bisfenolo A è risultato sicuro per gli utilizzi attuali ai livelli tipici di esposizione umana. Ovviamente si tiene conto dell’esposizione media della popolazione e tenendo presente che l’esposizione al bisfenolo A può avvenire anche da altre situazioni non legate all’alimentazione.

A febbraio 2018, la Commissione europea ha varato un nuovo regolamento che limita ulteriormente la presenza di Bisfenolo A nei materiali a contatto con alimenti, riducendo a scopo precauzionale il limite di migrazione specifica (LMS). Questo valore indica il massimo livello consentito di passaggio di BPA dal contenitore all’alimento. Per restare nei limiti di sicurezza, il limite è stato appunto ridotto e la normativa è stata estesa anche ai rivestimenti per lattine e confezioni alimentari.

Per concludere, il timore di chi teme una contaminazione dal cibo in lattina non è del tutto infondato. Siamo però tranquilli perché la nuova legislazione si sta muovendo verso limiti sempre più stringenti per le sostanze pericolose per l’uomo. Quindi possiamo consumare cibi e bevande in lattina abbastanza tranquillamente, ovviamente senza esagerare.

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Henrietta Lacks e le cellule HeLa

 

In molti dei brevetti e degli articoli che traduco trovo riportate le cellule HeLa, una linea cellulare utilizzata per svariate applicazioni: dalla creazione di farmaci e vaccini all’uso in sperimentazioni cliniche. A essere sincera la cosa non mi ha mai colpita più di tanto, se non forse, il fatto che questa linea di cellule è molto più presente delle altre linee nella ricerca.

Le cellule di Henrietta

Poi ho ricevuto un libro, La vita immortale di Henrietta Lacks, di Rebecca Skloot, Adelphi, che mi ha aperto il mondo su queste cellule. Il libro, scritto da una giornalista americana*, racconta la vita di Henrietta Lacks, donna afroamericana curata al Johns Hopkins Hospital per un tumore molto invasivo e donatrice inconsapevole di questa linea di cellule che portano il suo nome.
Il Johns Hopkins era un ospedale che curava le persone meno abbienti, che non potevano permettersi le cure di un ospedale normale, per lo più afroamericani, i cosiddetti colored.
Negli anni ’50 la questione razziale negli Stati Uniti era molto più sentita di oggi, per cui pare fosse pratica comune prelevare campioni di tessuti e organi dai malati senza chiederne il consenso, a scopo di studio. E così è stato fatto con le cellule della povera Henrietta, prelevate nel corso dell’autopsia e responsabili di innumerevoli progressi nella medicina degli ultimi 50 anni. Queste cellule infatti erano le prime che non morivano dopo pochi giorni se messe in coltura.
Il problema è che nessuno dei famigliari della signora per anni è stato messo al corrente di questo prelievo, nemmeno quando i figli della defunta sono stati oggetto di vari prelievi di sangue e tessuti allo scopo di studiare altre caratteristiche delle cellule.

Il libro ha diverse chiavi di lettura:
– la storia vera e propria di queste cellule e della ricerca scientifica che si è sviluppata attorno ad esse,
– il tema del razzismo e del considerare i neri inferiori e quindi privi di diritti,
– il tema etico della sperimentazione in ambito farmaceutico e
– quello della comunicazione scientifica, tra medico e paziente.
Su quest’ultima vorrei soffermarmi, perché il libro è una denuncia del cattivo rapporto e della mancata comunicazione tra un medico e un paziente e i suoi famigliari.

L’importanza della comunicazione tra medico e paziente

La Skloot, con grande pazienza e determinazione, ha intervistato i figli e il marito di Henrietta Lacks, ha studiato i documenti in loro possesso, è riuscita a conquistare la loro fiducia dopo che per anni hanno rifiutato qualsiasi tipo di contatto con i giornalisti. Il libro riporta fedelmente molte parti di queste interviste, da cui emerge chiaramente l’assoluta mancanza di comunicazione tra medico e paziente.
La donna è stata curata per il tumore presso l’ospedale, sottoponendosi alle cure raccomandate senza chiedere nulla, forse per paura, per ignoranza, per un senso di sottomissione a chi la curava nonostante fosse nera.
Da parte loro, i medici non hanno mai spiegato nulla alla signora e alla sua morte hanno prelevato campioni di tessuto senza nemmeno informare i famigliari. Famigliari che, peraltro, nemmeno a oggi hanno mai ricevuto nessun indennizzo per l’accaduto, considerati anche il notevole giro economico e l’importanza delle cellule derivate dalla signora Lacks.
Dagli atti di processi svoltisi negli anni ’70 a seguito dell’uso delle cellule HeLa emerge chiaramente come fosse la prassi non informare i pazienti di eventuali sperimentazioni o prelievi di cellule e tessuti, nonostante ci fossero già normative che prevedevano l’obbligo di informare i pazienti. Uno dei medici del Johns Hopkins diceva che l’ospedale “aveva un numero consistente di pazienti neri e indigenti, dunque non mancava certo il materiale per gli studi clinici”.
L’uso del consenso informato venne introdotto a seguito dei problemi derivati dall’uso di queste cellule, quando venne a galla il comportamento di medici e ricercatori. In ogni caso, anche dopo il consenso informato era applicato raramente.
Per i medici il prelievo di organi e tessuti e l’uso di sperimentazioni su categorie svantaggiate (ad esempio i carcerati) era considerato quasi un risarcimento per il fatto che persone in condizioni economiche e sociali precarie venissero comunque curate gratuitamente.

Quando i medici, in seguito alla scoperta dell’importanza delle cellule HeLa, decisero di studiare campioni dei famigliari, non ritennero opportuno fermarsi a informare i famigliari, o se lo fecero, furono sbrigativi e non si preoccuparono di far capire la questione ai pazienti. La famiglia di Henrietta era di condizioni socio-economiche basse, la scolarità anche dei figli era veramente minima e sicuramente questi non erano in grado di capire il significato di articoli scientifici altamente tecnici che i medici diedero loro per spiegare la situazione.

Il caso di Henrietta e la comunicazione scientifica efficace

Questo di Henrietta Lacks è un caso emblematico, ma ci deve far riflettere sull’importanza di una giusta comunicazione scientifica, che sia adattata al pubblico di destinazione. Se un consenso informato deve essere rivolto a persone che non conoscono nulla della medicina, il linguaggio e lo stile devono permettere a chi legge di comprendere e soprattutto non devono intimorire o allontanare la possibilità di fare domande per chiedere spiegazioni o approfondire.
Alcune vicende attuali mettono in luce la diffidenza verso la scienza e la medicina. Sicuramente è compito di scienziati, medici e ricercatori fare in modo che il loro lavoro sia presentato in modo comprensibile da tutti e senza lati oscuri. Solo comprendendo usi, scopi e modi della ricerca medica e scientifica è possibile avere fiducia in essa.
Nascondere, omettere, usare termini difficili e oscuri contribuisce a creare un clima di ostilità e diffidenza, che può portare a situazioni pericolose ad esempio per la salute pubblica, vedi la questione dei vaccini, o la proliferazione di cure alternative contro i tumori, o il caso Stamina.

Quanto al libro, lo consiglio agli appassionati di scienze, ma non solo, perché ha molti spunti diversi che fanno riflettere. E comunque è raccontato in modo chiaro e semplice, comprensibile anche da chi non conosce la biologia. Per gli addetti ai lavori invece è un racconto appassionante della scoperta di queste cellule immortali.

 

*La giornalista Rebecca Skloot ha creato la The Henrietta Lacks Foundation, che si batte perché vengano aiutate economicamente le persone bisognose che hanno dato un importante contributo alla scienza senza trarne vantaggio, come Henrietta e i famigliari, soprattutto se la ricerca le ha usate a loro insaputa.

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