Plastica in mare

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http://www.scrittidiscienza.it/2019/04/08/plastica-in-mare/

Complice anche la siccità di questi giorni, è ormai evidente a tutti il problema dell’enorme quantità di plastica che soffoca i nostri mari. Dalle alici alle balene, dalle tartarughe agli uccelli marini, fino al capodoglio trovato spiaggiato pochi giorni fa con il corpo pieno di plastica.

Secondo alcune ricerche, sono almeno 135 le specie marine mediterranee che ingeriscono oggetti di plastica o vi finiscono intrappolati, con risultati spesso fatali: alcuni animali muoiono soffocati, altri per blocco gastrointestinale, altri ancora non riescono più ad assorbire il nutrimento dal cibo. Ma i rifiuti costituiscono anche un problema economico: si calcola che ogni anno in Europa si spendano 630 milioni di euro per la pulizia delle coste.

La produzione mondiale di resine e fibre plastiche è cresciuta dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 380 del 2015. La plastica è uno dei simboli industriali dell’epoca geologica in cui viviamo oggi, insieme a cemento ed acciaio, ma mentre quest’ultimo è usato per le costruzioni e dura decenni, pare che metà della plastica prodotta diventi un rifiuto in meno di un anno. Il problema quindi non è solo il fatto che produciamo tanta plastica, ma che continuiamo a produrne altra, anno dopo anno. La plastica, che è stata il simbolo del boom economico degli anni ’60 e della chimica che aiuta lo sviluppo, oggi si è trasformata in un danno.

Da dove arriva tutta questa plastica?

Discariche abusive e mancanza di depuratori sono i principali responsabili dell’accumulo di rifiuti e quindi di plastica in mare. Nel Mediterraneo poi, una fonte importante di rifiuti sono le attività ricreative, turistiche e la pesca professionale.
La sensibilità in generale è cambiata e ormai pochi getterebbero consapevolmente un sacchetto di rifiuti in spiaggia o in mare. A volte però inquiniamo senza rendercene conto: con un mozzicone di sigaretta gettato senza pensare, lanciando in aria palloncini durante le feste, o usando alcuni prodotti di bellezza che contengono microplastiche. Questi rifiuti in gran parte entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto è prodotto direttamente dalle navi che solcano i mari, soprattutto pescherecci, ma anche navi mercantili ed imbarcazioni turistiche.

Il problema plastica

Le caratteristiche della plastica la rendono problematica per l’ambiente. La plastica deriva per il 90% da combustibili fossili: il 4-6% del petrolio e del gas usati in Europa sono destinati alla produzione di plastica. La plastica è il prodotto sintetico a più lunga conservazione, si degrada completamente solo in centinaia di anni. È logico quindi che, se non bruciata o riciclata correttamente, finisce nell’ambiente favorendo l’alterazione degli ecosistemi più delicati.

Inoltre, dobbiamo distinguere le macroplastiche dalle microplastiche. La loro differenza sta nelle dimensioni: le microplastiche hanno un diametro inferiore ai cinque millimetri. Le microplastiche sono ritenute più dannose per gli oceani perché più facilmente diffondibili e trasportabili, ma anche perché sono più facilmente ingeribili dagli organismi marini, a partire dal plancton e poi da tutti gli anelli della catena alimentare.
Una ricerca eseguita in collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud, ha esaminato campioni di sale marino, di miniera e di lago, di diverse marche, provenienti da svariati paesi e ne ha analizzato il contenuto. Dall’indagine è risultato che circa il 90% dei campioni totali erano contaminati da microplastica costituita da polietilene, polipropilene e polietilene tereftalato (PET), che sono le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta.

I paradossi della plastica

Un paradosso è che anche se la raccolta differenziata è notevolmente aumentata, non ci sono impianti di riciclaggio sufficienti per lavorare e recuperare tutta la plastica, che quindi si accumula in discariche e siti di stoccaggio, costituendo comunque una fonte di inquinamento.
La lavorazione di plastiche diverse richiede impianti e temperature di lavorazione differenti, che non sempre sono fattibili. Inoltre, spesso non è possibile separare i vari tipi di plastica per inviarli a trattamenti di riciclaggio efficienti e utili.
Il processo industriale del riciclaggio e riuso delle plastiche richiede, da una parte, innovazione nelle tecnologie, per migliorare la qualità dei materiali, e dall’altra misure incentivanti nel mercato, per rendere sostenibili economicamente i prodotti riciclati rispetto a quelli derivanti dall’impiego di plastica vergine.
Purtroppo, in questi anni di crescente domanda, solo il 20% della plastica prodotta è stato riciclato o incenerito. Come conseguenza dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei mari di tutto il mondo ogni anno.

L’altro paradosso è che la plastica si degrada con grande difficoltà, impiegando centinaia di anni per scomparire completamente. Pur essendo resistente, viene però modificata dall’azione dell’acqua e degli agenti atmosferici, che la frammentano, con le conseguenze che abbiamo visto sopra, o la trasformano in sostanze altrettanto pericolose per l’ambiente e per gli organismi viventi.

Cosa possiamo fare allora?

Il problema non è la plastica in sé, ma il fatto che è un materiale destinato a durare centinaia di migliaia di anni e che noi usiamo come usa e getta.

C’è un solo futuro per la plastica: il passaggio da un’economia lineare (come quella attuale, cioè “produco, uso e getto”) a un’economia circolare (“produco, uso e riuso, riciclo, riuso, riduco”).

Inoltre, per favorire la lavorazione e il riuso delle plastiche dobbiamo semplificare la varietà di plastiche disponibili sul mercato, altrimenti il riciclaggio finirà sempre per produrre materiale plastico di bassa qualità che potrà essere usato per poche applicazioni, ad esempio le panchine nei parchi. Infine, le attuali funzioni usa e getta della plastica sono completamente sostituibili da altri materiali, occorre solo cambiare alcune abitudini.

Cosa fa l’Europa

L’Unione Europea ha iniziato una vera e propria guerra, soprattutto agli oggetti monouso superflui fatti di plastica: dal 2021 saranno vietati posate e piatti, cannucce, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso, cotton fioc. In Italia i cotton fioc non biodegradabili e compostabili sono già banditi dal primo gennaio 2019.  

Cosa puoi fare tu

Ora che siamo più consapevoli del problema della plastica, cosa possiamo fare per ridurre il consumo di plastica e, si spera, il volume di inquinanti immesso nei nostri mari? Per rispondervi ho chiesto a Greta Golia, green tutor e community manager di Contiamoci.com – Buone pratiche che contano. Il 19 aprile troverete un suo articolo che ci insegna ben 12 alternative alla plastica e soprattutto alla cultura dell’usa e getta.

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