Psicosi piccioni e banali avvelenatori. Il caso della famiglia avvelenata dal tallio

Ricordate la misteriosa morte per tallio dei componenti di una famiglia in Brianza nell’autunno 2017? Per spiegare questa vicenda sono stati scomodati pozzi avvelenati, erbe mortali e i soliti escrementi di piccioni, che conterrebbero dosi enormi di questo elemento velenoso.
La soluzione dell’enigma si è invece rivelata un “semplice” avvelenamento, da parte di un altro componente della famiglia, il nipote delle vittime, che avrebbe messo il tallio nelle bottiglie di acqua minerale e anche tra le erbe usate dai componenti della famiglia per preparare tisane.
In questi giorni il colpevole è stato assolto per infermità mentale, ma nelle ricerche che ho svolto quando ho preparato questo articolo a inizio 2018, ho notato che spesso vengono tirati in ballo i piccioni e i loro escrementi come fonti di questo elemento velenoso. Ho deciso allora di spiegarvi la situazione più verosimile (poi effettivamente venuta a galla).

Il tallio velenoso

Il tallio, sotto forma di sale solfato, è considerato un veleno perfetto: inodore, insapore e incolore e solubile in acqua, agisce a distanza di svariati giorni, consentendo all’avvelenatore di allontanarsi dalla scena del crimine con calma e senza destare sospetti. Per questo motivo è stato usato in passato sia nei romanzi (ad esempio in Un cavallo per la strega (Titolo originale: The pale horse) di Agatha Christie), sia nella realtà, da serial killer e in più casi in Russia, per eliminare persone scomode o anche solo per dare un “avvertimento”, come successe alla giornalista Anna Politkovskaya.

In passato tuttavia erano parecchi i casi di avvelenamento accidentale, per il fatto che il tallio era usato come veleno per topi e poteva essere ingerito per sbaglio, soprattutto dai bambini. Per questo motivo è stato tolto dal commercio già negli anni ’70 in quasi tutto il mondo.

I sintomi dell’avvelenamento da tallio sono molteplici e all’inzio possono essere scambiati per quelli di numerose altre malattie comuni. Oltre a forti dolori addominali, tra i primi sintomi ci sono nausea, vomito, diarrea, febbre, sanguinamento intestinale e tachicardia. In un secondo tempo compaiono sintomi più specifici, prevalentemente neurologici, come tremori, perdita della memoria, parestesie, fino al possibile possibile coma e decesso. Ma l’impronta finale dell’avvelenamento da tallio è costituita dalla totale perdita di peli e capelli nell’arco di un mese.

Come funziona il veleno

Il meccanismo di avvelenamento da tallio sembra sia dovuto alle dimensioni dello ione Tallio+, simili a quelle dello ione potassio. Il tallio sembra prendere il posto del potassio a causa delle dimensioni simili tra i due elementi, interferendo con tutti i processi biochimici ed enzimatici in cui è coinvolto il potassio, ad esempio nella produzione di energia durante la glicolisi e nel ciclo di Krebs. L’organismo si accorge della sostituzione del potassio solo dopo qualche tempo (di qui il ritardo della comparsa dei sintomi), e quando prova a espellere il tallio quest’ultimo finisce nell’intestino, dove viene riassorbito dando inizio a un circolo vizioso. La dose letale di tallio per ingestione è di circa un grammo per l’uomo.

L’unico antidoto tuttora disponibile fissa il tallio in una forma chimica stabile. Si tratta del ferrocianuro di potassio (chiamato anche blu di Prussia): il potassio di questo sale viene sostituito dal tallio, che si lega al complesso in forma stabile e non può essere riassorbito.

Il tallio può entrare nell’organismo principalmente per ingestione o per inalazione. I casi di avvelenamento per inalazione (anche se a dosi non mortali) si hanno soprattutto nei lavoratori di cementifici, dove le emissioni di tallio sono abbondanti, anche se, appunto, non sono mai state registrate dosi tali da provocare la morte dei lavoratori. Tra le fonti di ingestione, oltre all’assunzione accidentale di topicida a base di tallio, ci sono l’acqua inquinata e gli ortaggi che siano stati bagnati da acqua contenente alte dosi di tallio.

E i piccioni?

Gli escrementi dei piccioni contengono tallio, è vero, ma perché le feci sono una delle vie di eliminazione dei metalli pesanti (ricordate? il tallio viene assorbito dall’intestino: una parte rientra in circolo proseguendo l’avvelenamento, mentre una parte viene espulsa con le feci), non solo del tallio, così come i peli e i capelli (ci sono analisi medico-legali che consentono di stabilire le concentrazioni di eventuali metalli pesanti nei capelli di una persona in caso di sospetto avvelenamento). Non ci sono tuttavia studi scientifici accreditati che correlano la presenza di tallio negli escrementi di piccioni. Inoltre, come giustamente spiega Claudio Della Volpe nel suo post sul blog della SCI, ci sono alcuni motivi per cui un avvelenamento da tallio dovuto all’inalazione di escrementi di piccioni è praticamente impossibile.

Per prima cosa, il solfato di tallio è un sale, solubile in acqua, e poco volatile. Questo vuol dire che si scioglie in acqua e altre sostanze a base di acqua e non evapora. Se non evapora, non può essere inalato. Non per niente la sfortunata famiglia di Desio è stata avvelenata a causa del tallio aggiunto nell’acqua minerale.

Secondo, è vero, come abbiamo visto, che gli escrementi di piccioni contengono tallio, ma le quantità, visto che si tratta di residui, sono molto piccole. Se negli escrementi di piccione ci fossero quantità di tallio tali da provocare la morte di un essere umano che li ha respirati, i piccioni stessi sarebbero tutti morti avvelenati, visto che questo elemento è velenoso anche per gli animali. Inoltre, una persona dovrebbe respirare quantità enormi di escrementi per vedere un qualche effetto. Se ci pensiamo bene, luoghi come Piazza San Marco a Venezia o Piazza del Duomo a Milano, visitati da milioni di turisti – e di piccioni – ogni anno, dovrebbero essere luoghi pericolosi e provocherebbero la morte di decine di turisti. Cosa che fortunatamente non accade.

I piccioni sono animali sgradevoli per molti, ma non riesco a capire da dove sia nata questa “leggenda” peraltro diffusa subito come verità fondata.

Alcuni precedenti

I casi principali di avvelenamento da tallio, nella storia e nel mondo, sono avvenuti mettendo il veleno nel the delle vittime (celebre è la storia del serial killer inglese, chiamato appunto il killer del the, che ha avvelenato negli anni i familiari, poi dipendenti e pazienti dell’ospedale psichiatrico dove fu ricoverato, e in seguito anche i colleghi di lavoro, dopo le dimissioni dall’ospedale in quanto guarito…), ma voi non approfittatene, eh?

Certo, come in ogni situazione in cui le cause sono incerte, è comodo far ricadere la colpa su qualcosa o qualcuno, è anche più facile. In questo caso, le analisi scientifiche sono state minuziose e accurate e alla fine hanno portato alla verità. Ma le analisi non sono immediate e soprattutto non sono eccitanti ed entusiasmanti, non vanno bene da riportare in un articolo di giornale, magari con un titolo ad effetto. Hanno però il difetto che oggi sono molto precise e, se i risultati vengono analizzati scrupolosamente, portano alla verità. Che spesso è molto più banale di quanto si pensi.

 

 

Bufale e idee pazze nella scienza: La falsa scienza

La falsa scienza di Silvano Fuso. Carocci Editore

Per concludere questo mese di marzo dedicato a smascherare le bufale, vi presento un libro molto simpatico di Silvano Fuso: La falsa scienza.

Il presupposto alla base del libro è che gli scienziati, per famosi, preparati e geniali che siano, sono uomini. L’essere uomini come tutti gli altri li rende soggetti a errori e idee strambe, fatte in buona o in mala fede.
Nel primo caso, l’entusiasmo per una nuova scoperta, l’ambizione, la cattiva intepretazione dei dati o sbagli anche più grossolani, ma inavvertiti, possono portare a scoprire processi, cure, sostanze nuove che in seguito vengono dimostrati non esistenti o non possibili. Può esserci il caso dello scienziato solitario, convinto di una nuova teoria, ma ci sono anche casi di errori collettivi. Un esempio è rappresentato dalla poliacqua, una presunta nuova forma dell’acqua scoperta negli anni ’60, che dopo qualche anno si è rivelata una bolla di sapone, nulla più che semplice acqua contaminata da impurezze.

Alcune false scoperte si sono rivelati scherzi progettati da scienziati burloni e molto creativi, che tuttavia hanno avuto un qualche seguito, anche se magari per poco.

Non mancano però i casi in cui scienziati consapevoli e in mala fede hanno contribuito a diffondere notizie false per ambizione, motivi economici o di fama, per ragioni politiche o militari. Questo è vero specialmente nel settore medico.

Silvano Fuso ci racconta le storie di tante scoperte fasulle, dividendole in sei categorie principali: quella di abbagli singoli o di una collettività, presi per lo più in buona fede, come il caso della poliacqua o della più recente fusione fredda; un gruppo di frodi volontarie, per lo più nel campo della biologia e della medicina; una terza parte dedicata a invenzioni e idee folli, come l’eugenetica; una parte in cui la scienza si confonde con la metafisica; un quinto gruppo che tratta di teorie rivoluzionarie come quella del ghiaccio cosmico e infine una serie di racconti dedicati alle medicine miracolose, tra cui una serie di cure miracolose contro il cancro, poi rivelatisi delle vere e proprie bufale, quando non pericolose per i pazienti.

Ogni falsa scoperta inizia con un racconto dell’autore, inventato o preso a prestito dalla letteratura, che spiega al lettore cosa sarebbe successo se la scoperta si fosse rivelata vera.
Cosa succederebbe se per sapere quante medicine prendere e quando dovessimo affidarci a un astrochimico – un misto tra un chimico, un medico e un astrologo? O se invece del pieno di benzina bastasse riempire di acqua un serbatoio apposito per viaggiare migliaia di chilometri?
Dopo un breve e divertente racconto, l’autore ci racconta la storia della scoperta e del suo o suoi scopritori, l’impatto che ha avuto sulla società, come è stato smascherato l’inganno.

Ci mette anche in guardia dal fatto che alcune teorie, anche se si sono dimostrate fasulle e ingannevoli, sono ancora oggi sostenute da gruppi di sedicenti scienziati, che spesso gridano al complotto. Caratteristica comune di questi “geni solitari” infatti è l’avversione per la scienza ufficiale, il pensiero che la scienza ufficiale nasconda le loro scoperte e cerchi di soffocarle per il male di tutti. Questi geni sono creativi e solitari, non fanno parte di una comunità di pari e combattono contro l’indole conservativa degli altri scienziati.

Un libro divertente e interessante, che ci racconta come anche gli scienziati possono sbagliare, ma che la scienza, se è sana e praticata in modo corretto, ha sempre trovato gli sbagli prima o poi. Spesso gli scienziati sbagliano, ma una pratica corretta della scienza li porta a capire l’errore. Non sono rari i casi in cui gli stessi sostenitori di un’idea straordinaria e folle hanno poi ammesso il loro sbaglio di fronte alla comunità scientifica.
Altra cosa, l’autore ammette la natura conservatrice della scienza e che in alcuni casi teorie considerate strampalate si sono poi rivelate corrette, anche se inizialmente non accettate dalla comunità scientifica. In questi casi però, queste nuove teorie sono state supportate da prove scientifiche, oggettive e ripetibili da altri. Come dice Fuso,

“Scetticismo non vuol dire incredulità a priori, ma significa semplicemente pretendere prove adeguate prima di accettare qualsivoglia informazione”.

 

Vi consiglio questa lettura, per la precisione delle informazioni, la piega divertente delle storie e la follia delle scoperte, ma anche per la giusta lunghezza di ogni episodio, che spiega tutto il necessario senza diventare noioso, pedante o troppo difficile. E per diventare tutti almeno un po’ scettici.