Gli spazi confinati e i morti sul lavoro

luoghi confinati

Anche nel 2019 la cronaca ci racconta quasi quotidianamente di incidenti e morti sul lavoro. Molti di questi avvengono dentro cisterne, pozzi, luoghi comunque ristretti e chiusi.
La dinamica degli incidenti è simile: l’operaio o gli operai entrano nel pozzo o nella cisterna per pulirla/sfiatarla/lavarla ma vengono storditi e spesso avvelenati dai gas presenti all’interno, non riescono più a uscire per mettersi in salvo e purtroppo muoiono o cadono all’interno. In molte occasioni alcuni colleghi tentano di salvarli, ma quando entrano nella cisterna o nel pozzo subiscono la stessa fine dei primi.

I rischi degli ambienti confinati

Nessun settore produttivo è privo di questi ambienti circoscritti (vasche, cisterne, silos, condutture, reattori, la stiva di una nave, gallerie, pozzetti fognari), nei quali possono crearsi situazioni che mettono a repentaglio la vita dei lavoratori. Questi ambienti vengono chiamati luoghi confinati e presentano caratteristiche specifiche che richiedono una gestione particolare dal punto di vista della sicurezza sul lavoro. Sono ambienti che per la loro struttura presentano una concentrazione di gas tossici oppure un’atmosfera troppo povera di ossigeno, che impedisce la vita.

I rischi in questi ambienti sono tanti e le cause dei decessi si possono dividere in due gruppi principali:

– cause atmosferiche (l’ambiente è troppo o troppo poco ossigenato, ha una concentrazione di sostanze tossiche o esplosive al suo interno)

– e cause possiamo dire meccaniche, dovute alla presenza di grandi quantità di prodotto solido sfuso, come ad esempio un silo pieno di granaglie per gli animali (quindi si verifica schiacciamento o asfissia dovuta al materiale che seppellisce il lavoratore malcapitato).

L’Inail riporta le tipologie di incidenti che avvengono più spesso nei luoghi confinati:

  • Contatto con gas asfissianti
  • Caduta dall’alto o in profondità (talvolta consecutiva all’esposizione a gas)
  • Fuoriuscita di gas o vapori a bassa temperatura
  • Caduta dall’alto di oggetti pesanti
  • Sviluppo di fiamme

Quali sostanze potenzialmente pericolose possono essere presenti in questi luoghi?

Spesso si trovano azoto o argon puri, gas che servono a creare un’atmosfera priva di ossigeno e per questo motivo incompatibile con la vita. Ci sono poi gas tossici come il famigerato monossido di carbonio, ossidi di azoto, ammoniaca, ossidi di zolfo, ossidi di cloro e acido cianidrico, che derivano dalle sostanze che erano conservate in precedenza negli spazi confinati in questione o dalla loro fermentazione (si pensi alle vasche contenenti fanghi di discarica).

Si possono trovare liquidi infiammabili o che sviluppano gas infiammabili (una cisterna che trasporta benzina) oppure solidi molto fini che sviluppano un’alta percentuale di elettricità statica e possono causare un’esplosione (tutti i cereali macinati confinati all’interno di un silo).

Cosa dice la legge

Il D. Lgs. 81/2008, che è il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, ha una parte specifica per il lavoro in spazi confinati, con alcune indicazioni per lavorare in sicurezza: innanzitutto, a monte occorre fare una valutazione dei rischi per capire a quali rischi possono essere sottoposti i lavoratori quando entrano in un luogo confinato. Occorre ovviamente conoscere le sostanze (liquide, solide o gas) presenti all’interno della cisterna, del silo o della stiva di una nave, conoscere per quale motivo possono essere pericolose (consultando ad esempio l’apposita scheda di sicurezza) e misurare il livello di gas di queste sostanze, ma anche il livello di ossigeno. I lavoratori devono poi indossare i dispositivi di protezione adeguati al tipo di rischio, in questo caso respiratori, maschere antigas e altri dispositivi che aiutino la respirazione, evitando però l’intossicazione del lavoratore. Il lavoratore deve poi mantenersi in contatto con i colleghi all’esterno e deve poter essere facilmente allontanato dallo spazio confinato in caso di pericolo. A questo proposito può essere dotato di un’imbracatura che permette ai colleghi di sollevarlo in caso di problemi. Ovviamente l’apertura di accesso a questi luoghi deve essere sufficientemente grande da permettere il recupero di una o più persone che possono essere prive di sensi.

La realtà

Eppure, spesso le persone che si occupano di pulire e bonificare cisterne e condutture sono prive di dispositivi di protezione, non hanno alcun contatto con i colleghi all’esterno (quando ci sono colleghi all’esterno), men che meno hanno dei rilevatori che indicano se l’atmosfera all’interno è tossica, irrespirabile o potenzialmente infiammabile. Talvolta non sanno nemmeno cosa contenesse il recipiente che devono ripulire. In genere queste attività sono svolte da persone con anni di esperienza, e sono attività svolte ripetutamente, non compiti eccezionali. Come è possibile allora che questi lavoratori si facciano “trovare impreparati” da qualcosa di così pericoloso?

Il problema è a monte: i lavoratori non sono informati e formati in maniera corretta sui potenziali pericoli che il loro lavoro comporta, né sono dotati dei corretti dispositivi di protezione. Questo tipo di luoghi è pericoloso anche per lavoratori esperti, perché la concentrazione di sostanze tossiche e di ossigeno può variare caso per caso; è sufficiente una temperatura esterna diversa o una durata di stoccaggio del liquido all’interno di una cisterna più o meno lunga. Senza contare che in alcune situazioni si può creare una miscela esplosiva, che può essere innescata banalmente dal cellulare dimenticato acceso.

Una cisterna vuota, un silo di cereali macinati, la stiva di una nave da ripulire possono trarre in inganno i lavoratori perché non richiamano scenari pericolosi. I gas sono spesso incolori e inodori per cui ad una prima impressione una cisterna può sembrare vuota anche se non lo è. Questo falso senso di sicurezza spinge i lavori ad abbassare la guardia ed a sottovalutare il pericolo, soprattutto in presenza di attività ripetitive e svolte per anni magari senza alcun incidente. Questo è principalmente il pericolo più grande correlato ai luoghi confinati. Naturalmente spesso influisce l’atteggiamento del datore di lavoro che non informa i lavoratori, non li dota dei dispositivi di protezione adeguati, o per primo minimizza i rischi legati al lavoro in queste situazioni, magari perché non si rende conto nemmeno lui di quali siano questi rischi.

 

Nonostante la presenza di una normativa adeguata, l’obbligatorietà dei corsi di formazione per i lavoratori e di una tecnologia che ormai aiuta a ridurre notevolmente il livello di alcuni rischi, l’elenco degli infortuni sul lavoro (spesso mortali) non accenna a diminuire. La mia esperienza è che la sicurezza è considerata solo un costo che non ha ritorni economici, un imbroglio che rallenta le operazioni lavorative, qualcosa di obbligatorio per cui spesso si preferisce pagare una multa in caso di un eventuale controllo, invece di spendere una cifra necessaria per adeguare ambiente di lavoro e lavoratori alla normativa sulla sicurezza. Eppure i costi della mancata sicurezza sono molto più alti e non solo a livello economico.
Purtroppo, quando ce ne rendiamo conto spesso è troppo tardi.

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Un giallo per l’estate: chi conosce l’acqua tofana?

Acqua tofana e arsenico

Si sa, non è estate senza almeno un giallo o un mistero. E lo spunto per un articolo sull’acqua tofana deriva proprio da un giallo, di Sherlock Holmes per la precisione, che leggeva mio figlio e in cui si nominava l’acqua tofana. Non ne conoscevo l’esistenza, così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto una storia adatta all’estate. Volete sentirla?

Giulia Tofana l’ammazza mariti

Nel XVII secolo a Palermo viveva una cortigiana e fattucchiera di nome Giulia Tofana, che faceva bollire in una pentola sigillata dell’acqua con una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, e forse belladonna, ottenendo un liquido trasparente, inodore e insapore. Leggendo gli scritti del medico di Carlo VI d’Austria, l’anidride arseniosa nell’acqua creava un ambiente acido consentendo lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, creando una soluzione dotata di elevata tossicità. Questo liquido veniva poi aggiunto al vino o alla minestra. In breve tempo provocava vomito e in seguito febbre; la morte sopraggiungeva entro 15-20 giorni, a seconda della dose somministrata. Un veleno perfetto, che infatti era molto apprezzato dalle donne dell’epoca, che non potendo divorziare dai mariti, li avvelenavano lentamente. Già, perché, se somministrata alle dosi consigliate, l’acqua tofana avvelenava le persone poco per volta, facendo sembrare la morte naturale e allontanando i sospetti di un omicidio.

Giulia Tofana divenne ricca e potente grazie a questo intruglio velenoso, ma fu poi scoperta e probabilmente giustiziata, forse a Roma in Campo dei Fiori, insieme ad altre persone sue complici. Il suo reale destino tuttavia non è noto con certezza. Pare che a farla scoprire fu una donna che, impaziente di eliminare il marito, usò tutta la pozione in una sola volta, rendendo evidente la morte per avvelenamento del marito.

L’acqua tofana, o acquetta di Perugia, o anche Manna di San Nicola, così chiamata perché venduta in bottigliette con l’effigie del santo, ebbe un grande sviluppo anche dopo la morte della sua ideatrice. Pare che anche il celebre compositore Mozart fosse convinto di essere stato avvelenato con Acqua Tofana, come riporta la moglie Costanze e in effetti anche le cause della sua morte non sono mai state del tutto chiare. Il veleno era un po’ lo spauracchio dei mariti dell’epoca e in effetti l’arsenico è stato a lungo usato come veleno, grazie al fatto che provocava un lento avvelenamento con sintomi non subito riconducibili ad esso e non era rilevabile con i mezzi dell’epoca sui cadaveri.
Scopriamo allora qualcosa in più sull’arsenico, il componente principale di questo infido veleno.

L’arsenico e la sua tossicità

I composti dell’arsenico sono tossici per tutti gli organismi viventi; in particolare sono estremamente tossici i composti inorganici, mentre i composti organici dell’arsenico e l’arsina (gas di arsenico e idrogeno) hanno una tossicità minore.
L’arsenico uccide danneggiando gravemente l’apparato digerente e il sistema nervoso e porta quindi il soggetto intossicato alla morte per shock. I composti contenenti arsenico inoltre sono cancerogeni e colpiscono in particolare vescica, seno e cute. L’arsenico inorganico può penetrare la placenta e causare danni al feto ed è considerato cancerogeno anche per reni, cute e fegato.

I sintomi dell’avvelenamento da arsenico si presentano dopo poche ore dalla sua ingestione con disturbi gastrointestinali (quindi facilmente attribuibili ad altre cause). Successivamente compaiono disturbi dell’apparato cardiocircolatorio e dei reni, con abbassamento della pressione e riduzione del volume urinario.
L’arsenico assorbito nell’organismo non ha affinità con gli altri elementi dei tessuti e ne provoca un lento processo di necrosi. L’arsenico viene assorbito rapidamente ma eliminato gradualmente, per questo motivo dosi ripetute possono produrre un’azione cumulativa sull’organismo, come avveniva nei casi di avvelenamento.

Il saggio di Marsh

L’arsenico può essere misurato nel sangue, nelle urine, nei capelli o nelle unghie, ma fino al XIX secolo le tecniche esistenti non consentivano questa determinazione, per cui l’avvelenamento da arsenico rimaneva solo un sospetto. Nella prima metà dell’800 il chimico inglese James Marsh mise a punto un test in grado di rilevare piccole quantità di arsenico nelle analisi tossicologiche. Tuttora tale metodo (chiamato appunto saggio di Marsh) viene usato nella chimica forense per rilevare tracce di arsenico.

Un campione in cui si sospetta possa essere presente arsenico viene trattato con zinco e acido solforico.
In ambiente acido l’arsenico si trasforma in arsina che viene convogliata in un tubo che contiene cloruro di calcio che funge da essiccante. L’estremità del tubo viene riscaldata per decomporre l’arsina, producendo arsenico metallico. L’arsenico metallico così formato si deposita nella parte fredda del tubo, sotto forma di macchia di colore nero splendente. Il saggio è in grado di rilevare quantità di arsenico minori di 0.1 mg.

Un altro procedimento (che ricordo di aver fatto all’università insieme al professore di chimica inorganica, con terrore del dottorando che ci assisteva) consiste nel riscaldare il campione contenente arsenico come sopra, convogliarlo in un tubo acidificandolo con gocce di acido solforico, e osservare la fiamma a un becco di Bunsen, che in presenza di arsenico diventa di un caratteristico colore grigio.

L’arsenico è stato per secoli il veleno perfetto, per eliminare mariti indesiderabili o avversari scomodi. Oggi purtroppo (o per fortuna) le tecniche moderne consentono di rilevare questi composti nel corpo di un individuo, rendendo così l’acqua tofana e i suoi simili veleni non più utilizzabili senza essere scoperti.

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