Un giallo per l’estate: chi conosce l’acqua tofana?

Acqua tofana e arsenico

Si sa, non è estate senza almeno un giallo o un mistero. E lo spunto per un articolo sull’acqua tofana deriva proprio da un giallo, di Sherlock Holmes per la precisione, che leggeva mio figlio e in cui si nominava l’acqua tofana. Non ne conoscevo l’esistenza, così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto una storia adatta all’estate. Volete sentirla?

Giulia Tofana l’ammazza mariti

Nel XVII secolo a Palermo viveva una cortigiana e fattucchiera di nome Giulia Tofana, che faceva bollire in una pentola sigillata dell’acqua con una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, e forse belladonna, ottenendo un liquido trasparente, inodore e insapore. Leggendo gli scritti del medico di Carlo VI d’Austria, l’anidride arseniosa nell’acqua creava un ambiente acido consentendo lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, creando una soluzione dotata di elevata tossicità. Questo liquido veniva poi aggiunto al vino o alla minestra. In breve tempo provocava vomito e in seguito febbre; la morte sopraggiungeva entro 15-20 giorni, a seconda della dose somministrata. Un veleno perfetto, che infatti era molto apprezzato dalle donne dell’epoca, che non potendo divorziare dai mariti, li avvelenavano lentamente. Già, perché, se somministrata alle dosi consigliate, l’acqua tofana avvelenava le persone poco per volta, facendo sembrare la morte naturale e allontanando i sospetti di un omicidio.

Giulia Tofana divenne ricca e potente grazie a questo intruglio velenoso, ma fu poi scoperta e probabilmente giustiziata, forse a Roma in Campo dei Fiori, insieme ad altre persone sue complici. Il suo reale destino tuttavia non è noto con certezza. Pare che a farla scoprire fu una donna che, impaziente di eliminare il marito, usò tutta la pozione in una sola volta, rendendo evidente la morte per avvelenamento del marito.

L’acqua tofana, o acquetta di Perugia, o anche Manna di San Nicola, così chiamata perché venduta in bottigliette con l’effigie del santo, ebbe un grande sviluppo anche dopo la morte della sua ideatrice. Pare che anche il celebre compositore Mozart fosse convinto di essere stato avvelenato con Acqua Tofana, come riporta la moglie Costanze e in effetti anche le cause della sua morte non sono mai state del tutto chiare. Il veleno era un po’ lo spauracchio dei mariti dell’epoca e in effetti l’arsenico è stato a lungo usato come veleno, grazie al fatto che provocava un lento avvelenamento con sintomi non subito riconducibili ad esso e non era rilevabile con i mezzi dell’epoca sui cadaveri.
Scopriamo allora qualcosa in più sull’arsenico, il componente principale di questo infido veleno.

L’arsenico e la sua tossicità

I composti dell’arsenico sono tossici per tutti gli organismi viventi; in particolare sono estremamente tossici i composti inorganici, mentre i composti organici dell’arsenico e l’arsina (gas di arsenico e idrogeno) hanno una tossicità minore.
L’arsenico uccide danneggiando gravemente l’apparato digerente e il sistema nervoso e porta quindi il soggetto intossicato alla morte per shock. I composti contenenti arsenico inoltre sono cancerogeni e colpiscono in particolare vescica, seno e cute. L’arsenico inorganico può penetrare la placenta e causare danni al feto ed è considerato cancerogeno anche per reni, cute e fegato.

I sintomi dell’avvelenamento da arsenico si presentano dopo poche ore dalla sua ingestione con disturbi gastrointestinali (quindi facilmente attribuibili ad altre cause). Successivamente compaiono disturbi dell’apparato cardiocircolatorio e dei reni, con abbassamento della pressione e riduzione del volume urinario.
L’arsenico assorbito nell’organismo non ha affinità con gli altri elementi dei tessuti e ne provoca un lento processo di necrosi. L’arsenico viene assorbito rapidamente ma eliminato gradualmente, per questo motivo dosi ripetute possono produrre un’azione cumulativa sull’organismo, come avveniva nei casi di avvelenamento.

Il saggio di Marsh

L’arsenico può essere misurato nel sangue, nelle urine, nei capelli o nelle unghie, ma fino al XIX secolo le tecniche esistenti non consentivano questa determinazione, per cui l’avvelenamento da arsenico rimaneva solo un sospetto. Nella prima metà dell’800 il chimico inglese James Marsh mise a punto un test in grado di rilevare piccole quantità di arsenico nelle analisi tossicologiche. Tuttora tale metodo (chiamato appunto saggio di Marsh) viene usato nella chimica forense per rilevare tracce di arsenico.

Un campione in cui si sospetta possa essere presente arsenico viene trattato con zinco e acido solforico.
In ambiente acido l’arsenico si trasforma in arsina che viene convogliata in un tubo che contiene cloruro di calcio che funge da essiccante. L’estremità del tubo viene riscaldata per decomporre l’arsina, producendo arsenico metallico. L’arsenico metallico così formato si deposita nella parte fredda del tubo, sotto forma di macchia di colore nero splendente. Il saggio è in grado di rilevare quantità di arsenico minori di 0.1 mg.

Un altro procedimento (che ricordo di aver fatto all’università insieme al professore di chimica inorganica, con terrore del dottorando che ci assisteva) consiste nel riscaldare il campione contenente arsenico come sopra, convogliarlo in un tubo acidificandolo con gocce di acido solforico, e osservare la fiamma a un becco di Bunsen, che in presenza di arsenico diventa di un caratteristico colore grigio.

L’arsenico è stato per secoli il veleno perfetto, per eliminare mariti indesiderabili o avversari scomodi. Oggi purtroppo (o per fortuna) le tecniche moderne consentono di rilevare questi composti nel corpo di un individuo, rendendo così l’acqua tofana e i suoi simili veleni non più utilizzabili senza essere scoperti.